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Perdita della vista dopo intervento di cataratta: quando il risarcimento viene negato. L’importanza della consulenza specialistica.
Quando la perdita della vista dopo un intervento di cataratta non porta al risarcimento | Avvocato Gianluca Mengoni

Perdita della vista dopo intervento di cataratta: quando il risarcimento viene negato. L’importanza della consulenza specialistica.

Nel linguaggio comune, l’intervento di cataratta viene considerato una procedura “semplice” o addirittura routinaria. Per questo motivo, quando dopo l’operazione si verifica una perdita della vista, il paziente tende a ritenere quasi automatico il riconoscimento di una responsabilità sanitaria e quindi di un risarcimento del danno. La realtà processuale, però, è molto diversa.

Il caso che segue — definito dal Tribunale di Macerata con sentenza del maggio 2026 — rappresenta un esempio concreto di quanto sia complesso dimostrare il nesso causale tra intervento chirurgico ed evento dannoso, soprattutto in presenza di patologie pregresse e fattori di rischio del paziente.

Il caso

Il sig. Tizio, settantacinquenne, si sottoponeva nel marzo 2022 ad intervento di cataratta all’occhio sinistro presso una struttura privata. Poche ore dopo l’intervento, il paziente lamentava una drastica perdita della capacità visiva fino alla sostanziale abolizione del visus. Gli accertamenti successivi evidenziavano:

  • occlusione della vena centrale retinica (OVCR) di tipo ischemico;
  • foro maculare;
  • grave compromissione funzionale dell’occhio sinistro.

Il paziente presentava inoltre importanti patologie sistemiche:

  • ipertensione arteriosa;
  • cardiopatia;
  • fibrillazione atriale;
  • ipercolesterolemia;
  • terapia anticoagulante con Eliquis.

La tesi della parte attrice

L’azione giudiziaria proposta sosteneva che:

  • il paziente fosse ad alto rischio vascolare;
  • il rapido peggioramento del visus nel periodo precedente all’intervento avrebbe dovuto imporre maggiori approfondimenti;
  • la struttura sanitaria avrebbe dovuto eseguire esami diagnostici più approfonditi, in particolare OCT retinica;
  • l’intervento di cataratta sarebbe stato eseguito senza adeguata valutazione preoperatoria;
  • la prosecuzione della terapia anticoagulante avrebbe aumentato il rischio emorragico.

Secondo la prospettazione attorea, una corretta valutazione specialistica avrebbe potuto evidenziare precocemente una patologia retinica già in atto ed evitare l’aggravamento successivo.

Le conclusioni della CTU

La consulenza tecnica d’ufficio, espletata nel procedimento, ha però escluso la responsabilità sanitaria. Secondo il CTU:

  • l’intervento di cataratta era correttamente indicato;
  • il fundus oculi risultava esplorabile;
  • non vi erano segni preoperatori evidenti di OVCR;
  • l’occlusione venosa retinica era riconducibile principalmente ai fattori predisponenti del paziente;
  • l’evento doveva considerarsi una complicanza non causalmente collegata alla condotta sanitaria.

Il Tribunale ha integralmente aderito alle conclusioni del CTU, rigettando la domanda risarcitoria.

Un aspetto importante: non tutte le complicanze generano responsabilità

La sentenza evidenzia un principio fondamentale nel contenzioso medico-legale: il peggioramento clinico successivo ad un intervento non implica automaticamente una responsabilità del sanitario. Nel processo civile occorre infatti dimostrare:

  1. la violazione delle regole della buona pratica medica;
  2. il nesso causale tra omissione sanitaria ed evento dannoso;
  3. che, con condotta corretta, il danno sarebbe stato evitato o significativamente ridotto.

Ed è proprio sul terreno del nesso causale che molte cause vengono rigettate.

L’importanza decisiva della consulenza tecnica di parte (CTP)

Questo procedimento offre anche una riflessione professionale molto importante. Nel caso specifico, la consulenza tecnica di parte aveva individuato possibili criticità:

  • mancata OCT preoperatoria;
  • insufficiente approfondimento diagnostico;
  • gestione del farmaco anticoagulante;
  • sottovalutazione dei fattori di rischio.

Tuttavia, tali rilievi non sono stati supportati in modo sufficientemente approfondito:

  • dalla letteratura scientifica specialistica;
  • da linee guida specifiche;
  • da un solido sviluppo medico-scientifico sul piano causale.

Di conseguenza, la CTU ha ritenuto prevalente la spiegazione alternativa rappresentata dalla predisposizione patologica del paziente.

Una considerazione professionale

Pubblicare anche una sentenza sfavorevole può apparire controcorrente.
In realtà, la trasparenza verso il cliente rappresenta una forma di correttezza professionale.
Il contenzioso in materia di responsabilità sanitaria non può essere affrontato sulla sola base della gravità del danno subito.
Anche in presenza di conseguenze gravissime — come la perdita della vista da un occhio — il successo dell’azione dipende dalla capacità di dimostrare scientificamente:

  • l’errore medico;
  • la prevedibilità dell’evento;
  • il rapporto causale tra condotta sanitaria e danno.

Per questo motivo, nelle cause di malpractice medica, è fondamentale sin dall’inizio predisporre:

  • una consulenza medico-legale approfondita;
  • un supporto specialistico altamente qualificato;
  • un adeguato richiamo alla letteratura scientifica e alle linee guida di settore.

Solo così è possibile affrontare in modo realmente efficace il giudizio tecnico davanti al CTU e al Tribunale.
 


Sentenza
 

 
 
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